E non cambiarti mai.

Fa strano rivedersi in una foto, rispecchiarsi in un ricordo, ritrovare le radici. Quello che però suona più strano è RI-leggersi. RI-sentirsi. RI-viversi. Ci pensi, eri proprio tu: in un posto diverso, questo sì, ma i polpastrelli erano gli stessi di ora, sai. Frenetici ma precisi, impazienti, ma solo con loro stessi. Tendevano a non si guardarsi mai fra di loro. Che gliene fregava, loro andavano. Quand’è che li hai fatti smettere, eh?

Le parole allora non erano incise sulla lingua, attraversavano levigate solchi lasciati da fiumi passati, talvolta deviando su piccole rughe d’espressione, proprio quelle che non tutti conoscono. O meglio, che non fai conoscere. Ti volti un attimo e ti vedi indietro. I capelli più corti, le cosce più grosse, i denti più bianchi. Le unghie perennemente laccate, i calzini tormentati, quelle spalle sempre così curve, così rigide…

Ci sono dei tratti che ancora riconosci come tuoi, quelli di sempre, quelli di quando eri piccola. Che c’è, ti fai un po’ paura? Ti rendi conto che quella caduta ti è servita per arrivare a dove sei ora. Sì, intendo proprio quello, a cadere di nuovo, in un certo senso. Il terreno è diverso stavolta, un percorso in cui è necessario issarsi. Non sarà che forse devi solo mollare la presa, senza avere paura dell’assalto?

Volevo allora dirti quello che ti sei detta tu stessa tanto tempo fa. Una te diversa. Una te che forse, proprio per questo, dovresti ascoltare. Senza dimenticare, stavolta.

E non cambiarti mai. Non rimpiangerti mai. Sei quello che sei, e se ti senti dilaniata, se stai soffrendo…tienitelo stretto. Sei viva. Stai sperimentando, sei esausta. E sei viva. E ti senti ferita e non comprendi. E sei sempre più viva.

 

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Io Pugnalo.

Le pugnalate si ricevono. In piena schiena, un pugno nello stomaco, una storta su quel sassolino che nessun altro aveva mai preso prima. Si ricevono nel momento in cui si è più felici, più disinibiti, più propositivi verso il futuro.

Le pugnalate si danno. E ti rendi conto di avere il manico del coltello solo quando senti scivolare del sangue caldo sulla mano. Un sangue che non è il tuo. Le pugnalate si danno proprio in quei momenti di svolta della tua vita, proprio quando affermi di non voler far male. Che bella frase eh, “io non voglio farti soffrire”. Eppure le dai, quelle pugnalate. Non solo le assesti per bene, ma ruoti anche la lama all’interno della ferita. Perché non sai cosa vuoi, non sai chi sei, non capisci come comportarti.

Ed ogni istante che aspetti distruggi un pezzo del cuore dell’altro, di quella persona che è in attesa anche solo di un sorriso,  di un minimo gesto che può essere scambiato per speranza. Per amore. E tu lo sai cosa si prova. Tu ci sei passata prima.

Sei stata in quel limbo a lungo, hai banchettato da sola, sei caduta da sola; ti ricordi quante volte ti sei sbucciata le ginocchia? Se guardi bene hai ancora qualche cicatrice in rilievo, di quelle bianche, quasi piacevoli al tatto. E allora non farlo passare agli altri. Lasciali liberi di soffrire…e di guarire.

E per quanto riguarda te, mi chiedi?? Devi provare, ti devi buttare. E se ti sei sbagliata? E sei ti sei sbagliata sono cazzi tuoi.

Una testa dura.

Oggi è il primo di un nuovo mese. Ed ogni primo è, se vuoi, un nuovo inizio. Una giornata di nuovi propositi e di to-do-list, di nuove promesse. Oggi io scelgo me. Proprio oggi, sì. Scelgo il mio odore e le mie unghie piccole ma affilate. Scelgo quei capelli, troppo sottili ma che si appesantiscono facilmente. Come quelle spalle, un po’ provate ma sempre pronte ad un nuovo fardello. Scelgo quel labbro inferiore che continuo a tormentare. Non mi importa se mi capisci, non più. Non mi voglio più giustificare. Io oggi so solo che stavo cercando lontano quando invece avrei dovuto cercare dentro alla mia tasca. Era lì, la mia salvezza. La mia salvezza, sono io. Una faccia capricciosa punteggiata di tante piccole arroganze, con quegli occhi così fermi e sperduti.

Don’t be so hard on yourself. Learn to forgive, learn to let go.

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Io non lo so se questa è la notte giusta per parlarne. Probabilmente no. Mi sento stanca ed inebriata dal vino, le labbra secche ed asciutte e l’odore del fumo impregnato sulla felpa (di un rosa orrendo) in pile regalata da zia. Perché, fammi capire, quando mai ho beccato il momento giusto per parlare di qualcosa? Rimando sempre, o aspetto troppo. Per cui sì, forse il momento giusto è quando decidi che devi poggiare quel culone che ti ritrovi in una sedia  e buttare giù le idee. Non tanto per dirlo agli altri, gli altri chi poi, quanto per tiratele fuori. Per liberarti. Per sentirti di nuovo quella di un tempo.

Quella di un tempo sì, ma con un bagaglio in più. Un bagaglio fatto di fazzoletti usati e capelli spettinati, di unghie sulla carne e di rivoli di mascara. Quel bagaglio, così pesante, che mai penseresti potrebbe farti volare così io alto. Non riuscivo a capire che non dovevo sforzarmi tanto per portarlo con me. Mi rifiutavo di camminare perché pensavo fosse troppo pesante. Pensavo che stare ferma, immobile, con tutto il resto che si muoveva intorno a me, fosse più facile. Poi ho provato a prenderlo in braccio, quel bagaglio. L’ho stretto. Quel masso maledetto nell’esofago. L’ho mandato giù cazzo. Ho ingoiato tutte quelle parole e tutte le immagini che mi rievocavano. Ho ingoiato il tuo odore, la tua schiena, le tue dita. Così in profondità che fatico a ritrovarle ora.

E mi sembra solo un flusso continuo. Un flusso continuo di pensieri e di battute, unilaterali, tutto unilaterale, tutto solo da un solo cazzo di lato. E non mi chiedo perché, e non rinnego più,  e non penso più. E dico cazzo un sacco di volte.

Non leggerei mai queste parole, non saprai mai come mi sono sentita, non saprai mai quanto sono cresciuta. Non saprai mai che sono in un momento della mia vita in cui sento, non di arrivare, ma di partire. Mi sento di arrivare a quel cazzo di punto di partenza, quel 3, 2, 1, GOOOOO. Lo sento ora, e mi fa una paura fottuta, senza rendermi conto di quanta paura mi facesse stare ferma.

Non so dove sei. Con chi. Perché. Non so cosa fai. E non lo voglio sapere.  E’ passato il tempo, così come sei passato tu. E la cosa più straordinaria è che non sento più il bisogno di te. Di nominarti, di pensarti, di immaginarti, non ti sento più.

Sento solo me stessa. E l’odore di un’altra persona, e il sorriso di un’altra ancora. E prendo, avidamente, tutto quello che di buono ho intorno.

E io mi sento fottuttamente bene. E tu non lo sai. E va benissimo così.

So, don’t be so hard on yourself…learn to forgive, learn to let go.

Crescere.

La devo smettere di credere che dietro alle persone ci sia sempre del buono, del bene. Spesso, non c’è. E’ una verità che apprendi solo dopo tanti portoni sbattuti sul naso (già piuttosto importante) e dopo tante spinte dal centesimo gradino, e dopo tante pugnalate nel bel mezzo della schiena. Spesso, non c’è. Non c’è bene, non c’è debolezza, non c’è insicurezza, non c’è nessuna giustificazione. Solo, non c’è.

Ed è difficile da accettare per chi, come me, subisce questi atteggiamenti. Quegli atteggiamenti. Gli atteggiamenti di chi non ti rispetta, come persona. Gli atteggiamenti di chi non rispetta il valore che hai.

Una persona buona, lo farebbe. Io, l’ho fatto. Contro ogni aspettativa e senza voler nulla in cambio.

Sono buona. E non ripaga.

You think you know somebody.

Yeah, I didn’t need your help.

No, it looked like you did. You’re upset that I actually did help. You’re afraid that if I keep on showing up and actually helping, then you’ll like it. And liking it will lead to relying on it. And by relying on it you’ll be less of the you you’ve made yourself into a kick-ass you that you like and I like, too. But you’re afraid that if you learn to rely on me, then one day, when you really need me to show up, I won’t. And then you’ll be angry at yourself for believing in something you’ve only seen in the movies.

Sai che non fai più paura?

Fuori piove. Una pioggia sottile, ma fitta. Di quelle piogge sotto le quali puoi passeggiare senza ombrello; ti bagna sì, ma senza inzupparti.

Mi fa ricordare di te. Dentro però, sento una piacevole sensazione di calore.

E mi accorgo solo ora che non perdo più un battito.

Volevo dirtelo, che non mi fai più così paura. Che non mi sei dentro. Più.

Dopo di me.

Non ho niente di particolare. Occhi marroni e comuni, capelli sottili e insignificanti.
Ma ti parlo, ti parlo tanto.
E ti ascolto, ti ascolto tanto.
E faccio l’amore. Forte, fortissimo.
Adesso puoi anche andartene, vattene pure, lo so che ti spavento.
Tra vent’anni, una sera, ti ecciterai ancora pensando alla mia schiena nuda.
Trovami una che ti guarda negli occhi come ti guardo io.
E mandala via, se la trovi, perché non sarà Erica.
Pentiti tra qualche mese e sappi che quelle come me amano così tanto da non essere capaci di perdonare.

Raindrops Keep Falling On My Head.

Chiudere gli occhi è una fregatura, l’ho sempre detto. Tutto quel buio che mi circonda ed io che cerco di dipingerlo con qualche colore. Il bianco di una risata fragorosa, il rosso di un bacio mancato, il viola di una stretta troppo forte. Mi metto lì e, con un pennello in mano, dipingo quella tela. La posso dipingere ogni volta che voglio. A volte la dipingo persino ad occhi semi-aperti mentre parlo con qualcuno o aspetto alla cassa il mio turno.

E mi ci tuffo, in mezzo a quei colori. Mi ci calo completamente…e quanto mi piace sporcarmici. Sanno di buono, quei colori, sanno di fumo e di Iris, sanno di Argan e di Nocciola. Sanno di te.

Poi però li apro, li apro per davvero, quegli occhi. E allora vedo nuovi colori, più sbiaditi rispetto a come li ricordavo. La risata non c’è più perché le labbra non si schiudono per farle posto, e il mio bacio non ti ha lasciato nessuna impronta, perché non c’è mai stato.

Così prendo quel lembo stropicciato (parente del famigerato velo pietoso) e, cercando di adattarlo il più possibile, copro quella tela. E’ sempre più piccolo quel lembo, credo che fra poco non ne avrò più bisogno, sai. Riuscirò a guardare quella tela senza aver più voglia di infilarci la testa dentro a dare una sbirciatina.

E allora sì che potrò dirti che non hai idea di quanto mi hai fatto male. Ma non hai neanche idea di quanto mi hai fatto bene.

117 anni fa.

Ti capita mai di leggere una parola e farla tua, indossarla sulla tua pelle? Segna le curve nei punti giusti e ti calza a pennello, proprio come quel vestito che tempo fa avevi provato in quel camerino dai fari troppo insolenti per le tue imperfezioni. Ecco, a me è capitato pochi minuti fa. Ho letto quelle poche parole e mi hanno rapita. Ho sentito i graffi rimarginarsi ed i lividi riassorbirsi. Mi sono sentita parte del tutto,  e ho sorriso. Semplice, fugace…un raro sorriso. Di quelli che faccio quando inclino il labbro verso sinistra e sbuffo leggermente con il naso. Allora abbasso lo sguardo e cerco un punto lontano su cui concentrarmi per qualche secondo, perché in fondo mi vergogno un po’ a mostrarmi così. Così come, mi chiedi? Così me stessa, intendo. Chissà se hai mai notato queste cose di me. Come avresti potuto, sono cose che forse mostro solo alla parte di cui mi fido di più…la mia. Quella che non si definisce tosta, perché tosta non lo è. Quella che, per quanto indipendente, si scioglie ai primi venti caldi e leggeri. Ma se per tosta intendiamo colei che fa del suo corpo un campo di battaglia carico di mine emotive….allora, quasi quasi, potrei rientrare nella categoria. Ma, bando alle ciance. Ti lascio al più dolce-amaro tra i medicinali, al più magico tra i rimedi…il linguaggio umano:

Macchia più dell’inchiostro

un cattivo pensiero.

Non c’è acqua che lavi

più del pianto sincero.

R.P.

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