117 anni fa.

Ti capita mai di leggere una parola e farla tua, indossarla sulla tua pelle? Segna le curve nei punti giusti e ti calza a pennello, proprio come quel vestito che tempo fa avevi provato in quel camerino dai fari troppo insolenti per le tue imperfezioni. Ecco, a me è capitato pochi minuti fa. Ho letto quelle poche parole e mi hanno rapita. Ho sentito i graffi rimarginarsi ed i lividi riassorbirsi. Mi sono sentita parte del tutto,  e ho sorriso. Semplice, fugace…un raro sorriso. Di quelli che faccio quando inclino il labbro verso sinistra e sbuffo leggermente con il naso. Allora abbasso lo sguardo e cerco un punto lontano su cui concentrarmi per qualche secondo, perché in fondo mi vergogno un po’ a mostrarmi così. Così come, mi chiedi? Così me stessa, intendo. Chissà se hai mai notato queste cose di me. Come avresti potuto, sono cose che forse mostro solo alla parte di cui mi fido di più…la mia. Quella che non si definisce tosta, perché tosta non lo è. Quella che, per quanto indipendente, si scioglie ai primi venti caldi e leggeri. Ma se per tosta intendiamo colei che fa del suo corpo un campo di battaglia carico di mine emotive….allora, quasi quasi, potrei rientrare nella categoria. Ma, bando alle ciance. Ti lascio al più dolce-amaro tra i medicinali, al più magico tra i rimedi…il linguaggio umano:

Macchia più dell’inchiostro

un cattivo pensiero.

Non c’è acqua che lavi

più del pianto sincero.

R.P.

05 alyssa monks - charade_thumb[1]

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