Sai che non fai più paura?

Fuori piove. Una pioggia sottile, ma fitta. Di quelle piogge sotto le quali puoi passeggiare senza ombrello; ti bagna sì, ma senza inzupparti.

Mi fa ricordare di te. Dentro però, sento una piacevole sensazione di calore.

E mi accorgo solo ora che non perdo più un battito.

Volevo dirtelo, che non mi fai più così paura. Che non mi sei dentro. Più.

Dopo di me.

Non ho niente di particolare. Occhi marroni e comuni, capelli sottili e insignificanti.
Ma ti parlo, ti parlo tanto.
E ti ascolto, ti ascolto tanto.
E faccio l’amore. Forte, fortissimo.
Adesso puoi anche andartene, vattene pure, lo so che ti spavento.
Tra vent’anni, una sera, ti ecciterai ancora pensando alla mia schiena nuda.
Trovami una che ti guarda negli occhi come ti guardo io.
E mandala via, se la trovi, perché non sarà Erica.
Pentiti tra qualche mese e sappi che quelle come me amano così tanto da non essere capaci di perdonare.

Raindrops Keep Falling On My Head.

Chiudere gli occhi è una fregatura, l’ho sempre detto. Tutto quel buio che mi circonda ed io che cerco di dipingerlo con qualche colore. Il bianco di una risata fragorosa, il rosso di un bacio mancato, il viola di una stretta troppo forte. Mi metto lì e, con un pennello in mano, dipingo quella tela. La posso dipingere ogni volta che voglio. A volte la dipingo persino ad occhi semi-aperti mentre parlo con qualcuno o aspetto alla cassa il mio turno.

E mi ci tuffo, in mezzo a quei colori. Mi ci calo completamente…e quanto mi piace sporcarmici. Sanno di buono, quei colori, sanno di fumo e di Iris, sanno di Argan e di Nocciola. Sanno di te.

Poi però li apro, li apro per davvero, quegli occhi. E allora vedo nuovi colori, più sbiaditi rispetto a come li ricordavo. La risata non c’è più perché le labbra non si schiudono per farle posto, e il mio bacio non ti ha lasciato nessuna impronta, perché non c’è mai stato.

Così prendo quel lembo stropicciato (parente del famigerato velo pietoso) e, cercando di adattarlo il più possibile, copro quella tela. E’ sempre più piccolo quel lembo, credo che fra poco non ne avrò più bisogno, sai. Riuscirò a guardare quella tela senza aver più voglia di infilarci la testa dentro a dare una sbirciatina.

E allora sì che potrò dirti che non hai idea di quanto mi hai fatto male. Ma non hai neanche idea di quanto mi hai fatto bene.

117 anni fa.

Ti capita mai di leggere una parola e farla tua, indossarla sulla tua pelle? Segna le curve nei punti giusti e ti calza a pennello, proprio come quel vestito che tempo fa avevi provato in quel camerino dai fari troppo insolenti per le tue imperfezioni. Ecco, a me è capitato pochi minuti fa. Ho letto quelle poche parole e mi hanno rapita. Ho sentito i graffi rimarginarsi ed i lividi riassorbirsi. Mi sono sentita parte del tutto,  e ho sorriso. Semplice, fugace…un raro sorriso. Di quelli che faccio quando inclino il labbro verso sinistra e sbuffo leggermente con il naso. Allora abbasso lo sguardo e cerco un punto lontano su cui concentrarmi per qualche secondo, perché in fondo mi vergogno un po’ a mostrarmi così. Così come, mi chiedi? Così me stessa, intendo. Chissà se hai mai notato queste cose di me. Come avresti potuto, sono cose che forse mostro solo alla parte di cui mi fido di più…la mia. Quella che non si definisce tosta, perché tosta non lo è. Quella che, per quanto indipendente, si scioglie ai primi venti caldi e leggeri. Ma se per tosta intendiamo colei che fa del suo corpo un campo di battaglia carico di mine emotive….allora, quasi quasi, potrei rientrare nella categoria. Ma, bando alle ciance. Ti lascio al più dolce-amaro tra i medicinali, al più magico tra i rimedi…il linguaggio umano:

Macchia più dell’inchiostro

un cattivo pensiero.

Non c’è acqua che lavi

più del pianto sincero.

R.P.

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Oggi ti scrivo.

Il nostro non è stato amore a prima vista, forse non è stato neanche amore. Credo ne fosse una forma però, una forma solo nostra. Sapevo benissimo che non saremmo mai finiti insieme davvero, come fanno le ‘persone normali’. Che brutta parola, vero? La normalità…niente a che vedere con noi. Noi che non rientravamo negli standard e forse non eravamo neanche niente di speciale.

Mi ricordo quando ci siamo conosciuti. Mi ricordo come, ci siamo conosciuti. Quelle prime ore passate a chiacchierare sul nuovo social in voga e quella speranza di aver trovato la leggerezza che da tempo mi mancava, quella semplicità contro la pesantezza di quel periodo.

Mi ricordo la prima volta che ti ho visto. Ricordo l’imbarazzo, ricordo gli sguardi fuggenti e ricordo quei baci. Prima rapidi ed incerti. Poi sempre più curati, più lenti. Sempre più cercati. Ricordo la voglia di vedersi ad orari improponibili, i saluti frettolosi mentre eri al lavoro, i messaggi prima di andare a dormire.

Ricordo come questo si è trasformato nel corso del tempo.

Ricordo la maggior consapevolezza.

E i brividi. E i sospiri nello sfiorarsi.

E ricordo anche il vuoto che, talvolta, mi rimaneva.

Questo schema si è ripetuto per anni, quattro anni. Quattro anni della mia vita, del mio tempo. Quattro anni in cui siamo cresciuti. Almeno, in cui io sono cresciuta. In cui ho imparato a volerti bene, nonostante tutti i ‘meno’ che mano a mano si aggiungevano sulla mia lista, stilata solo nella mia testa. Perché nel mio cuore non c’era nessuna lista, e a dispetto di tutto ti avrei scelto altre mille volte. Ti volevo bene, semplicemente.

Mi ripetevo che era un godere l’uno della compagnia dell’altra. Era riempire le ore con i nostri odori, con i nostri incastri, con i nostri umori. E quante volte ti ho concesso altro tempo. Altro corpo. Altro cuore.

E tu non lo sai, ma io non rimpiango nulla di quello che ho fatto, neanche l’essermi data troppo, l’averti compreso, assecondato, sgridato, scopato, consigliato, schiaffeggiato. Non rimpiango nulla, perché non sarei io. E’ come un tratto fisico, il naso pronunciato o il sedere troppo rotondo. Non sarei Erica.

E non sai neanche questo, ma mi hai insegnato tanto.

Quante cose che non sai, eh.

Nei rapporti il tempismo è tutto. Non ci siamo mai incontrati al momento giusto. Forse non l’abbiamo saputo creare noi. Tu ci credi a questo genere di cose? Io sì. E ti chiedo scusa, perché so bene che una percentuale di colpa è anche mia. E mi chiedo scusa, per essermi accontentata di quel 20% che potevi darmi.

E, ti prego, non fare come al tuo solito. Non tornare più. Ho la fastidiosa sensazione che lo farai. E sarai in ritardo, di nuovo.

Impara ad essere puntuale.

Io ho scommesso su di te. E ho perso. E una sconfitta è, per una come me, una cicatrice che brucia. E’ ammettere di essermi sbagliata, di aver visto qualcosa dietro la strafottenza e dietro l’arroganza. E forse c’è davvero qualcosa, dietro quella tua faccia di culo. Forse non c’era semplicemente con me.

Io non lo so se ti accorgerai della mia presenza, o della mia assenza, nel momento in cui andrò via. Mi odio anche solo per pensarlo, ma ci sono ancora. E ci sarò anche domani. E dopodomani. Ma, te lo dico, sono esausta. Sto andando via, ogni giorno di più. E ti vedo sempre più piccolo e ho paura.

Paura di vederti solo ora con le giuste dimensioni.

Sono passati quasi due mesi. E’ tanto tempo, per te. Sono quasi 60 giorni. 60 giorni di perché sulla punta della lingua e di lacrime sulla punta delle ciglia. Ma per me è ancora presto…

E’ ancora presto per dire che non siamo persone sbagliate, ma che eravamo sbagliati insieme. E’ ancora presto per mettere da parte l’amarezza che mi hai lasciato, per pensare che non volevi farmi male davvero.

 Ma non sarà mai presto per dire che un po’ di te rimarrà sempre nella mia vita. E un po’ di me rimarrà sempre nella tua.

The storm inside

Guardati intorno, non fa più così paura, vero?

Il mare è calmo e l’orizzonte sereno.

La tempesta è ancora in corso, ma dalla tua hai il vento.

Sì, quel vento che sembrava volesse schiacciarti a terra. Ora lo senti, vero? Lo senti mentre ti sospinge avanti, mentre ti aiuta a rimetterti in piedi. Raccoglie al tuo posto i pezzi di te che avevi perso, sparpagliati chissà dove, dimenticati da chissà chi.

E’ una presenza costante, si appoggia alle tue spalle come una tavola. Senti di non essere più sola.

C’è qualcuno che si sta prendendo cura di te.

Sei tu.

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Nuda.

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Io ti perdono. Ti perdono per le bugie che mi hai detto, per la vigliaccheria che non ti ha permesso di rispettarmi, per avermi umiliata e ferita nel momento in cui ero più fragile ed aperta a fidarmi di te. Ti perdono perché ho bisogno di chiudere in una busta le aspettative che mi hai creato in questi mesi e ti perdono per avermi dato quel calore, illusorio, e poi avermelo strappato via senza preavviso alcuno. Avrei mille cose da chiederti, da capire, da sviscerare, da analizzare…e poi di nuovo, ed ancora da capo. E invece spero che quei capelli mossi che tanto ti piacciono in lei possano riempirti le giornate; così come il suo fare sensuale e provocante, ed il suo essere così espansiva e libera, così ammaliante. Spero che trovi quello che cerchi, quel qualcosa che ti manca. Perché c’è, qualcosa che ti manca. Se vuoi ridere di queste parole, fai pure. So bene quanto corriamo su binari differenti in questo, ma io dovevo dirtelo, che ti perdono. Che chiudo gli occhi, faccio scorrere una lacrima triste e respiro a fondo. Goccia dopo goccia, con il tempo, quella tristezza andrà via. Una sola cosa ancora non mi è chiara: alla fine dei conti ho dovuto pensare che nei tuoi gesti non ci fosse il menefreghismo o la carne debole a quel bel corpicino. Ho pensato che fosse cattiveria. E ho sperato tanto di sbagliarmi. Con questo mio monologo, ultima metafora degna di questi nostri quattro anni, ho finito di fracassarti le palline con le mie chiacchiere infinite. Con me non hai perso una fidanzata, o una scopata. Hai perso una persona, una spalla, un punto di riferimento…un’amica sincera e forse per questo anche un po’ scomoda. E io spero che col tempo, anche tu, riesca a perdonare. A perdonare te stesso.

Il karma dice ‘Stay strong’. Perché, c’è alternativa?

Oggi voglio parlare in prima persona. Perché mi sento ferita e ci voglio mettere la faccia. La mia faccia, il mio tempo. Ho pensato al potere delle parole, non solo al sapore che lasciano sulle labbra quando le si pronuncia o a quello che portano quando le si riceve. Ho pensato alla forza che può scaturire da una semplice parola, e la maggior parte delle volte sono sono grata di questo, è una delle cose più belle della vita. Una di quelle cose da preservare, da curare. Fanno crescere, ma fanno anche crollare. Come quando c’è troppo vento e non sei ben sicura di volerti opporre o lasciarti trasportare da quella corrente; sarebbe molto più facile. Continua a leggere

Tears.

Lasciale scivolare.

Lasciale cadere.

Lasciale solcare.

Scivolare sul tuo petto, cadere dalle tue ciglia, solcare la tua pelle. Sono tue, non averne paura. Non fermarle, non trattenerle.

Permetti loro di sciare sui tuoi tratti. Lasciati pulire da quel dolore.

E poi apri gli occhi. E nascondilo.